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venerdì 29 aprile 2016
Outspace Mysteryes
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mercoledì 7 marzo 2012
433 Eros - THE HIDDEN TRUTH
English/Italian version...The incredible revelation...the hidden truth of 433 Eros. Quale mistero nasconde l'asteroide 433 Eros? Perchè da dodici anni si cerca in tutti i modi di cancellare ogni traccia di alcune delle foto inviate dalla sonda americana NEAR? Per la prima volta un esclusivo dossier su quella che sembra configurarsi come la prima prova accertata di una presenza aliena nel nostro sistema solare. Base aliena o esperimento umano? A questa domanda, ma anche a numerosi altri quesiti, si cercherà di rispondere attraverso una ricerca ampiamente documentata. The Hidden Truth...what hides 433 Eros? The incredible truth in a fascinating book.
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mercoledì 22 febbraio 2012
GJ 1214b: il pianeta "d'acqua"
Un pianeta acquoso e con una spessa atmosfera di vapore ha lasciato stupiti gli astronomi; il corpo celeste è stato ribattezzato GJ1214b, ed è 2,7 volte più grande della Terra, ma pesa quasi sette volte tanto.
GJ1214b orbita attorno a una stella nana rossa, a una distanza di due milioni di chilometri, suggerendo delle temperature che possono raggiungere anche i 200C.
Gli astronomi ritengono che il pianeta sia da inserire in una classificazione del tutto nuova rispetto agli altri corpi celesti conosciuti; la miscela di acqua e le alte temperature aprono ampi scenari a studi molto più approfonditi. La nuova Super Terra ritorna quindi alla ribalta; la prima notizia della sua scoperta risale infatti al 2009, quando era stata localizzata nella costellazione dell’Oficuo, una scoperta non ulteriormente approfondita in quanto su pensò che fosse avvolta da una nube densa formata da idrogeno ed elio.
La più recente osservazione, condotta attraverso il telescopio spaziale Hubble, ha invece fugato ogni dubbio e GJ 1214b è risultato essere diverso da tutti gli altri pianeti conosciuti;
La sua densità è di appena 2 grammi per centimetro cubo e poiché l'acqua ha una densità di un grammo per centimetro cubo e la densità media della terra è di 5,5 grammi per centimetro cubo, GJ 1214b possiede molta più acqua di quanta ce ne sia sul nostro pianeta e molta meno roccia. Questa però non è la sola notizia interessante; le alte temperature e le pressioni elevate, infatti, potrebbero dare origine a materiali esotici.
In questo caso si avrebbero formazioni quali il ghiaccio bollente e l’acqua superfluida, scenari del tutto nuovi alla nostra esperienza scientifica e possibili spie di scenari ancora sconosciuti alle nostre osservazioni.
Sulla scorta delle prime osservazioni si pensa che GJ1214b potrebbe essersi formato lontano dalla sua stella, in una zona dove il ghiaccio era abbondante, per poi migrare verso l'interno, attraversando l'area “abitabile” della stella, dove le temperature di superficie sarebbero simili a quelle della Terra. L’intera ricerca è stata pubblicata sul sito dell’Astrophysical Journal.
Fonte e credit immagine: http://www.telegraph.co.uk/science/space/
domenica 27 marzo 2011
SIAMO TUTTI MARZIANI?
Ancora una volta il Pianeta Rosso infiamma i dibattiti tra scienziati e ricercatori, e lo scontro diventa più stimolante quando la fonte della contesa è addirittura il famoso Massachusetts Institute of Technology.
Secondo le nuove teorie di alcuni scienziati del MIT, è possibile che tutta la vita sulla Terra sia discesa da organismi che ebbero origine proprio su Marte e che, a loro volta, arrivarono sul nostro pianeta trasportati da inconsapevoli meteoriti. Se tutto questo è veramente accaduto, uno strumento sviluppato dai ricercatori del MIT, in collaborazione con l’Università di Harvard, potrebbe fornirci ala prova definitiva.
Al fine di individuare i segni di una passata, o ancora oggi presente, vita su Marte, si sta infatti potenziando una specifica ricerca per particolari sequenze di molecole che sono quasi universali in tutte le forme di vita terrestre. Questa nuova strategia è il cuore di una nuova ricerca condotta Christopher Carr (scienziato presso il MIT), in collaborazione con Maria Zuber, capo del Dipartimento del MIT per quel che riguarda gli studi atmosferici terrestri e le Scienze Planetarie (EAPS), e Gary Ruvkun, un biologo molecolare del Massachusetts General Hospital.
Il nuovo strumento, ribattezzato Search for Extra-Terrestrial genoma (SETG), è stato presentato alla conferenza IEEE Aerospace, a Big Sky, Montana, proprio nel mese di Marzo 2011.
L'idea si basa su diversi fatti e osservazioni definite nel corso del tempo; in particolare dal presupposto che circa un miliardo di tonnellate di roccia si sarebbero nel tempo staccate dal suolo marziano per raggiungere in seguito la Terra, proprio su tali rocce sarebbero sopravvissuti i microbi marziani, superando lo shock iniziale dell’impatto con il nostro pianeta.
Non si tratta certo di una novità; molto spesso si è discusso e ipotizzato, pur senza prove, quanto tentano di stabilire gli scienziati del MIT; nonostante ciò questa notizia risulta particolarmente interessante per chi tenta di leggere oltre le righe.
In primo luogo la presentazione ufficiale di un progetto del MIT che intende studiare campioni di rocce marziane, prelevando microbi e tentando di stabilire come e quando arrivarono sulla Terra, conferma indirettamente che forme di vita sono realmente esistite sul Pianeta Rosso.
Non parliamo certo di civiltà più o meno evolute, parliamo di forme di vita e non si tratta certo di una notizia da poco.
In secondo luogo, forse non a caso una notizia del genere arriva subito dopo la pubblicazione del futuro progetto di colonizzazione del suolo marziano.
Anche se i ricercatori stimano che occorrono almeno altri due anni per avere un prototipo efficiente del dispositivo SETG, le sue implicazioni andrebbero ben oltre la sola ricerca di forme di vita.
Christopher McKay, un astrobiologo della NASA-Ames Research Center in California, proprio riferendosi al SETG, ha affermato: “…si tratta di un lavoro molto interessante e importante…anche se non risulta plausibile che la vita su Marte sia collegata alla vita sulla Terra, ovvero che esista una genetica comune, questa ipotesi rimane comunque tutta da verificare. Esiste comunque un altro motivo per il quale questa ricerca diventa fondamentale, quello delle informazioni e della prevenzione in merito alla salute di un futuro astronauta; se esistono organismi marziani strettamente correlati a noi, potrebbero con molte probabilità essere causa di infezioni, mettendo a rischio la sicurezza di una futura missione sul Pianeta Rosso
…”.
In poche parole si ammette, sia pur diplomaticamente, l’esistenza di forme di vita fuori dal nostro pianeta, e di certo è un passo avanti non indifferente.
Non dimentichiamo infine che uno strumento quale il SETG, non soltanto sarà in grado di rilevare “contaminazioni” marziane sul nostro pianeta, ma potrà benissimo fare l’esatto contrario, ovvero appurare su una qualsiasi forma di contaminazione biologica è stata portata, o lo sarà in futuro, dalla Terra al Pianeta Rosso.
Questa seconda possibilità potrebbe forse definire finalmente l’annosa questione dei rilevamenti falsati e aprire nuovi fronti di ricerca.
Rimane da dire che il SETG non è stato ancora formalmente approvato, speriamo ciò accada presto, e che ancora una volta non ci si ritrovi di fronte all’ennesima occasione, volutamente o meno, sprecata.
Fonte:
http://web.mit.edu/newsoffice/
MIT: Massachusetts Institute of Technology
Credit foto: Christine Daniloff
Secondo le nuove teorie di alcuni scienziati del MIT, è possibile che tutta la vita sulla Terra sia discesa da organismi che ebbero origine proprio su Marte e che, a loro volta, arrivarono sul nostro pianeta trasportati da inconsapevoli meteoriti. Se tutto questo è veramente accaduto, uno strumento sviluppato dai ricercatori del MIT, in collaborazione con l’Università di Harvard, potrebbe fornirci ala prova definitiva.
Al fine di individuare i segni di una passata, o ancora oggi presente, vita su Marte, si sta infatti potenziando una specifica ricerca per particolari sequenze di molecole che sono quasi universali in tutte le forme di vita terrestre. Questa nuova strategia è il cuore di una nuova ricerca condotta Christopher Carr (scienziato presso il MIT), in collaborazione con Maria Zuber, capo del Dipartimento del MIT per quel che riguarda gli studi atmosferici terrestri e le Scienze Planetarie (EAPS), e Gary Ruvkun, un biologo molecolare del Massachusetts General Hospital.
Il nuovo strumento, ribattezzato Search for Extra-Terrestrial genoma (SETG), è stato presentato alla conferenza IEEE Aerospace, a Big Sky, Montana, proprio nel mese di Marzo 2011.
L'idea si basa su diversi fatti e osservazioni definite nel corso del tempo; in particolare dal presupposto che circa un miliardo di tonnellate di roccia si sarebbero nel tempo staccate dal suolo marziano per raggiungere in seguito la Terra, proprio su tali rocce sarebbero sopravvissuti i microbi marziani, superando lo shock iniziale dell’impatto con il nostro pianeta.
Non si tratta certo di una novità; molto spesso si è discusso e ipotizzato, pur senza prove, quanto tentano di stabilire gli scienziati del MIT; nonostante ciò questa notizia risulta particolarmente interessante per chi tenta di leggere oltre le righe.
In primo luogo la presentazione ufficiale di un progetto del MIT che intende studiare campioni di rocce marziane, prelevando microbi e tentando di stabilire come e quando arrivarono sulla Terra, conferma indirettamente che forme di vita sono realmente esistite sul Pianeta Rosso.
Non parliamo certo di civiltà più o meno evolute, parliamo di forme di vita e non si tratta certo di una notizia da poco.
In secondo luogo, forse non a caso una notizia del genere arriva subito dopo la pubblicazione del futuro progetto di colonizzazione del suolo marziano.
Anche se i ricercatori stimano che occorrono almeno altri due anni per avere un prototipo efficiente del dispositivo SETG, le sue implicazioni andrebbero ben oltre la sola ricerca di forme di vita.
Christopher McKay, un astrobiologo della NASA-Ames Research Center in California, proprio riferendosi al SETG, ha affermato: “…si tratta di un lavoro molto interessante e importante…anche se non risulta plausibile che la vita su Marte sia collegata alla vita sulla Terra, ovvero che esista una genetica comune, questa ipotesi rimane comunque tutta da verificare. Esiste comunque un altro motivo per il quale questa ricerca diventa fondamentale, quello delle informazioni e della prevenzione in merito alla salute di un futuro astronauta; se esistono organismi marziani strettamente correlati a noi, potrebbero con molte probabilità essere causa di infezioni, mettendo a rischio la sicurezza di una futura missione sul Pianeta Rosso
…”.
In poche parole si ammette, sia pur diplomaticamente, l’esistenza di forme di vita fuori dal nostro pianeta, e di certo è un passo avanti non indifferente.
Non dimentichiamo infine che uno strumento quale il SETG, non soltanto sarà in grado di rilevare “contaminazioni” marziane sul nostro pianeta, ma potrà benissimo fare l’esatto contrario, ovvero appurare su una qualsiasi forma di contaminazione biologica è stata portata, o lo sarà in futuro, dalla Terra al Pianeta Rosso.
Questa seconda possibilità potrebbe forse definire finalmente l’annosa questione dei rilevamenti falsati e aprire nuovi fronti di ricerca.
Rimane da dire che il SETG non è stato ancora formalmente approvato, speriamo ciò accada presto, e che ancora una volta non ci si ritrovi di fronte all’ennesima occasione, volutamente o meno, sprecata.
Fonte:
http://web.mit.edu/newsoffice/
MIT: Massachusetts Institute of Technology
Credit foto: Christine Daniloff
giovedì 13 gennaio 2011
Cacciatori di pianeti...

Il programma di ricerca astronomica Kepler, sviluppato dalla NASA, ha dato proprio in questi giorni l’annuncio, tramite Natalie Batalha, vice leader del team scientifico, di aver scoperto il suo primo pianeta roccioso, subito ribattezzato Kepler-10b.
La missione è costituita da un satellite artificiale (Kepler), costituito a sua volta da un fotometro; Kepler sarà il primo strumento in grado di trovare pianeti simili alla Terra, e anche più piccoli, al di fuori del nostro sistema solare.
In realtà l’esopianeta era già stato avvistato nel mese di luglio del 2009, poiché passando davanti al suo sole ne aveva oscurato la luce.
Il sole di Kepler-10b è la stella Kepler-10, posizionata nella costellazione del Cigno, a una distanza di circa 560 anni luce dalla Terra.
La variazione di luminosità dovuta a questo passaggio venne in seguito registrata dal satellite Kepler e, quindi, dall’osservatorio di Keck (Isole Hawaii).
Dallo studio delle variazioni di luminosità e delle influenze gravitazionali tra Kepler-10 e Kepler-10b si è giunti alla scoperta annunciata da Natalie Batalha.
Il corpo celeste appena scoperto misura 1,4 volte le dimensioni della Terra, ruota intorno al proprio sole ogni 0,84 giorni ed è 20 volte più vicino ad esso che Mercurio al nostro; si tratta del più piccolo pianeta mai scoperto fuori dal nostro sistema solare.
Nonostante molti abbiano subito esultato di gioia, Kepler-10b si trova in realtà in una zona considerata non abitabile, ovvero in una regione del sistema planetario in cui non è possibile trovare acqua allo stato liquido.
In ogni caso la scoperta del nuovo corpo celeste rappresenta una significativa pietra miliare nella ricerca di pianeti simili alla nostra Terra; si tratta certamente di una ulteriore motivazione ad allargare le ricerche e incrementare le risorse destinate a questo tipo di attività.
domenica 16 maggio 2010
CHI TRASMETTE DAL VOYAGER?

Dopo aver lasciato la terra 33 anni fa, adesso il Voyager 2 sembra essere al centro di un intricato mistero.
La Sonda della NASA trasporta, tra le altre sofisticate apparecchiature, un disco da 12” che contiene brani musicali e messaggi di saluto registrati in ben 55 lingue, tutto questo nella speranza di un incontro con qualche forma di vita intelligente.
Il mistero però, anziché provenire dallo spazio, sembra essere rappresentato dallo stesso Voyager, il quale, sta inviando sulla terra dei segnali, che potrebbero essere di risposta ai messaggi registrati, ma in un formato dati a noi del tutto sconosciuto, impossibile da decodificare.
I migliori scienziati si sono messi all’opera, sfidando la chiave di lettura dei codici pervenuti, ma nessuno è stato in grado di fornire una qualsiasi possibile traduzione; a complicare il tutto è intervenuto l’ufologo Hartwig Hausdorf, il quale ha esplicitamente dichiarato: “…sembra quasi che qualcuno abbia dirottato o riprogrammato la Sonda”.
Le reazioni a questa dichiarazione sono state molteplici, non ultima quella di una possibile “ingerenza” extraterrestre.
Gli ingegneri della NASA hanno, momentaneamente, dato istruzioni al Voyager di trasmettere soltanto dati inerenti il suo stato di salute, cercando di guadagnare tempo per riuscire a risolvere il problema.
Lanciato nel 1977, Voyager 2, e il suo gemello, Voyager 1, hanno esplorato pianeti come Giove, Saturno, Urano e Nettuno, e dopo 33 anni, sono gli oggetti più distanti dall'uomo.
Voyager 1 si trova a 10,5 miliardi miglia dalla Terra, e in circa cinque anni si prevede possa passare attraverso l'eliosfera, entrando così nello spazio interstellare.
Rimane però il dubbio: è solo un anomalo problema tecnico, oppure realmente qualcuno trasmette dallo spazio?
Fonte: Daily Telegraph
Credit foto: Roswell.it
martedì 4 maggio 2010
Le stagioni di Tritone

Nettuno, uno dei corpi celesti più esterni del sistema solare, con una massa diciassette volte superiore a quella della terra, sembra condividere con il nostro pianeta più di quanto sembri.
Intorno a lui orbitano ben tredici satelliti naturali, il più conosciuto dei quali è stato denominato Tritone. Nonostante la sua enorme distanza dal Sole, gli scienziati dell’European Southern Observatory, hanno trovato il modo di dimostrare come il calore dei raggi emanati da quest’ultimo sia in grado di mutare la temperatura sul satellite, provocando una variazione simile a quella che interessa il nostro pianeta con il fenomeno dell’alternanza delle stagioni. Queste, su Tritone, cambierebbero molto più lentamente rispetto alle nostre: una stagione sul satellite durerebbe, infatti, circa quarant’anni; attualmente è estate nell’emisfero sud ed inverno nell’emisfero nord.
La temperatura, mediamente si aggira intorno ai -235 gradi sul pianeta e sulla base di misurazioni di un sottile strato di nitrogeno ghiacciato, metano e monossido di carbonio nell’atmosfera e della variazione di questa rilevazione rispetto al 1989, gli studiosi sono stati portati a pensare che all’epoca ci si trovasse in primavera mentre ora una variazione di pressione indicherebbe un estate piena.
Lo studio è stato coordinato da Emmanuel Lellouch dell’Osservatorio di Parigi che ha dichiarato: “Abbiamo scoperto evidenze che il Sole seppur così lontano fa sentire la sua presenza su Tritone”.
Le osservazioni sono state ottenute grazie allo sviluppo del Cryogenic High-Resolution Infrared Echelle Spectrograph (Crires) presso il Very Large Telescope (Vlt) dell’Eso. La ricerca è stata presentata sulla rivista Astronomy & Astrophysics.
Misurare la temperatura di Tritone come in generale condurre studi su questo satellite che da sempre ha affascinato per la sua particolare attività geologica e per il fatto di essere l’unico caratterizzato da un’orbita molto inclinata e retrograda, è sempre risultato difficile, situandosi il corpo celeste ad una distanza trenta volte superiore rispetto a quella tra Sole e Terra.
Grazie all’uso di Crires continua Lellouch “Ora possiamo iniziare a monitorare l’atmosfera e imparare molto riguardo l’evoluzione stagionale di Tritone nei decenni” oltre che sperare un domani di fare chiarezza sui misteri che avvolgono la periferia del sistema solare.
Fonte: Anna Paola Tortora www.periodicoitaliano.info
Credit foto: Voyager 2 nasa
sabato 24 aprile 2010
Minacce dal Sole?

Anelli di fuoco e gas ionizzato eruttano dal sole; questo è quanto è possibile osservare in un video rilasciato dal NASA Solar Dynamics Observatory; il satellite potrebbe inoltre contribuire a svelare molti dei misteri ancora insoluti legati relativi al campo magnetico, oltre che migliorare le previsioni relative alle tempeste solari.
Lanciato l’11 febbraio, il Solar Dynamics Observatory è in grado di riprendere immagini ad altissima risoluzione, ma anche di “osservare” piccole porzioni della superficie solare; questi risultati sono stati resi possibili grazie anche ad uno degli strumenti integrati, l’AIA (Atmospheric Imaging Assembly).
Questa delicatissima apparecchiatura utilizza quattro potenti telescopi per studiare la superficie del sole , ed è proprio da queste osservazioni che sono state rilevate delle misteriose protuberanze nei campi magnetici.
Si tratta di eventi molto particolari, le tanto temute espulsioni di massa coronale, capaci di mandare in tilt i satelliti e distruggere le reti elettriche.
La massa espulsa fino ad oggi è paragonabile all’intero contenuto del fiume Mississippi, con una velocità di circa un milione di miglia l’ora; questi i dati diffusi da uno dei ricercatori presso l’osservatorio astrofisica di Palo Alto, in California.
La strumentazione AIA ha permesso di osservare in che modo questa massa di energia (le temperature variano da 80.000 a 10.000 di gradi), viene rilasciata nell’atmosfera, consentendo una più esatta analisi di cosa potrebbe accadere nell’eventualità di un impatto con la Terra.
Lo scenario appena descritto ricorda molto da vicino le sinistre previsioni relative al 2012, e il dubbio che qualcosa di minaccioso si stia addensando sul nostro pianeta torna ancora una volta a sfiorarci.
Fonte: New Scientist
Credit foto: NASA
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