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venerdì 19 giugno 2026
Anime e realtà invisibili
E' possibile comunicare con i defunti? Perchè la scienza continua ancora oggi ad approfondire questo scenario? Le risposte sono sorprendenti e una Live cerca di divulgarle. Expedition Live con Roberto La Paglia
sabato 11 aprile 2020
Non c’è 5 senza 6, non c’è 6 senza 7: i volti nascosti del 5G
Il recente dibattito intorno al 5G presenta alcuni aspetti degni di nota, aspetti che vanno oltre quanto ogni giorno leggiamo in rete o seguiamo attraverso i vari video dedicati all’argomento.
Si tratta palesemente di una operazione che rientra a pieno titolo nell’ampio scenario di quella che è la tecnica della “disinformazione informata”, in altre parole di un dibattito che ha tutte le ragioni di esistere e che proprio per questo motivo viene abilmente alimentato, spesso portato sopra le righe, al fine di distogliere l’attenzione da quanto realmente sta accadendo.
Il 5G è effettivamente un problema reale ma deve essere visto nella sua completezza per meglio chiarire la portata dell’evento, bisogna in pratica guardare oltre, cercare di individuare quali siano i veri scopi, per quale motivo è estremamente necessario che questa tecnologia prenda il sopravvento.
Per capirlo basterà spostare la nostra attenzione su un semplice fatto, da tempo sotto gli occhi di tutti, ma così ovvio da sfuggire a quasi tutte le analisi: quando una nuova tecnologia si affaccia sul mercato significa che altrove è già pronta quella successiva.
Il 5G, sulla scorta di questo ragionamento, dovrebbe quindi assolvere a due diversi compiti: gettare le basi fisiche per il suo successore (o successori) e testare il polso dell’opinione pubblica.
Quest’ultimo compito, ovviamente, risulta relativo, in quanto non è mai stato un problema ma è comunque propedeutico alla tecnica di manipolazione del dibattito, quindi assolutamente essenziale.
A questo punto è lecito chiedersi, ma allora esiste già il 6G?
La risposta è quasi scontata, ovviamente esiste, così come esiste anche il 7G; cerchiamo di capire di cosa si tratta.
La rete 6G rappresenta il futuro, che per altri è già presente, del 5G, una rete che sfrutterà l’intelligenza artificiale, una tecnologia mobile di sesta generazione che consoliderà le prestazioni assicurate dal 5G ma che spianerà anche la strada per nuove applicazioni, ma a questo arriveremo tra poco.
Iniziamo a vedere quali saranno le implementazioni.
Le caratteristiche del 5G sono la larghezza di banda, la latenza molto bassa che consente tempi di risposta velocissimi e, di conseguenza, molti più dispositivi collegati ad una stessa antenna.
I rischi sono a conoscenza di tutti e facilmente rintracciabili in rete grazie a vari studi e varie ricerche condotte in merito.
In questo scenario il ruolo del 6G è ancora avvolto nella nebbia; uno studio in merito è stato pubblicato dal professor Matti Latva-aho, direttore del 6G Flagship dell’Università di Oulu, nella Finlandia settentrionale, per chi volesse saperne di più ecco il relativo link che parla già del 6G: https://www.oulu.fi/6gflagship/
La pubblicazione riguarda un libro bianco sul 6G scaricabile dalla rete internet a questo indirizzo: https://www.oulu.fi/6gflagship/
Sarà l’intelligenza artificiale a giocare il ruolo principale nella tecnologia 6G, verrà infatti applicata alle connessioni di rete, smistando i dati, elaborandoli, trovando il modo migliore per distribuirli e, di conseguenza, analizzandoli, termine che in poche parole significa INTERAGENDO CON LA PRIVACY DI OGNI SINGOLO UTENTE.
La velocità massima del 6G sarà compresa tra 8.000 gigabit o 1 Terabit per secondo, con 0,1 ms di latenza e una efficienza energetica 10 volte superiore a quella del 5G.
Un esempio pratico all’interno di uno scenario dominato dalla rete 6G: tutti i dispositivi comunicano automaticamente tra loro, in questo contesto un veicolo connesso alla rete (esistono già) riceve e invia costantemente informazioni relative alla propria posizione, al traffico, al tragitto, ai semafori, alle altre vetture intorno a lui; in poche parole dovrebbe snellire e rendere più sicuro il traffico, in altre parole trasmette secondo per secondo la nostra posizione rendendoci tutti dei puntini facilmente rintracciabili.
Il 6G utilizzerà di certo onde radio ad altissime frequenze che supereranno i 300 Ghz, sfruttando di certo le frequenze TeraHertz.
Questo ovviamente comporta già un problema: la portata delle frequenze diminuisce man mano che si sale nello spettro radio, nel nostro caso i TeraHertz coprono una distanza di appena 10 metri, distanza troppo corta per garantire una significativa copertura del segnale, per questo motivo si dovrà aumentare il numero di celle a disposizione.
Il 5G sta quindi preparando soltanto il terreno per l’avvento del 6G, già in ampia fase di sperimentazione e di certo in arrivo anche prima del 2030; questo ovviamente riveste di enorme importanza la battaglia contro il 5G in quanto una ipotetica vittoria significherebbe far crollare le fondamenta sulle quali poggeranno pericoli ancora più gravi.
Quello che ci attende è quindi un futuro nel quale l’intelligenza artificiale sarà la protagonista assoluta, un futuro che aprirà le strade al vero e proprio controllo totale, nel quale si parla già di telepresenze, interfacce sensoriali, display da indossare che permettono di rilevare ogni singolo movimento di una persona e altro ancora.
Il 6G è già ampiamente studiato e testato in paesi quali la Finlandia, il Giappone e la Cina, oltre che da aziende come Huawei, Ericsson, Nokia, Samsung, Sony, LG e Intel.
Chi scaricherà il Libro Bianco (testo in inglese) e avrà la pazienza di tradurlo, scoprirà che si parla già di smartphone sostituiti da esperienze di realtà estesa (XR), di tecnologie AR, VR e MR, di occhiali smart per avere maggior risoluzione, frame rate e gamma dinamica, di .
Riassumendo: il 6G potrebbe interfacciare il nostro cervello al computer, permetterebbe di utilizzare i vari dispositivi attraverso il nostro cervello, ma chi ci sarà in remoto a controllare questo flusso di dati e, di conseguenza, il nostro cervello?
Ovviamente i rischi sono ancora più amplificati: le radiazioni ionizzanti, ionizzanti indirette e non ionizzanti, quelle tipiche del 5G e del g, causano danni al DNA; teniamo conto che, come già detto, le frequenze del 6G saranno ancora più elevate.
Inoltre: l’inizio della proliferazione delle cellule tumorali è spesso causato da danni al DNA.
Infine: secondo l'American Federal Communications Commission non esiste attualmente uno standard di esposizione alle radiofrequenze, ma è stato dimostrato da uno studio dell’Università di Notre Dame che il SAR (tasso di assorbimento) specifico espresso in unità di watt per kg di assorbimento di tutto il corpo di energia RF da parte di un adulto umano in piedi si verifica ad una velocità massima quando la frequenza va da 80 MHz (0,08 GHz) a 100 MHz (0,1 GHz) ( Fonte: Bollettino OET 1999 Cleveland e Ulcek).
Per capire meglio il rischio teniamo conto che la larghezza di banda del 5G è compresa tra 30 GHz (30000 MHz) e 300 GHz (300000 MHz), figuriamoci il 6G!
Non esistono studi che dimostrino quali siano i danni, a che livello ed a quali frequenze: ovviamente è inutile dire che la mancanza di questi studi, oltre alla reticenza del mondo scientifico nel rispondere a determinate domande, risulta quanto meno sospetta!
Nelle fonti in chiusura un esauriente articolo sui vari studi, sui pro, sui contro e sulle omissioni.
Rimane infine il grande mistero, il 7G
La Cina ha iniziato ufficialmente a lavorare al 6G nel 2018, anche se indiscrezioni tendono a retrodatare l’evento, ma allo stesso tempo strizzava già l’occhio al 7G, di cosa si tratta esattamente?
Le ipotesi sono ancora fumose; sembra che il tutto sia nato dalla constatazione che il 6G sembrerebbe comportare una limitazione, l’impossibilità di coprire le profondità acquatiche.
Altre indiscrezioni arrivano da Neil McRae di British Telecom, il quale parla di una rete 7G suddivisa in 7G base e 7.5G.
Interessante notare che queste ultime dichiarazioni risalgono al novembre 2018.
Progresso, velocità e benessere bussano al nostro futuro, ma a quale prezzo??
FONTI – APPROFONDIMENTI
Baste, V., Riise, T. & Moen, BE Campi elettromagnetici a radiofrequenza; infertilità maschile e rapporto sessuale della prole . Eur J Epidemiol (2008) 23: 369.
Cleveland, RF e Ulcek, JL (1999) Domande e risposte sugli effetti biologici e i potenziali rischi dei campi elettromagnetici a radiofrequenza . Bollettino OET 56 quarta edizione, Ufficio di ingegneria e tecnologia, Commissione federale delle comunicazioni di Washington, DC
Commissione internazionale per la radioprotezione (2007) Modello per il tratto alimentare umano per la radioprotezione . Pubblicazione ICRP 100. (Ed.CH Clement) Elsevier.
Comitato scientifico dei rischi sanitari emergenti e recentemente identificati SCENIHR (2015) Parere sui potenziali effetti sulla salute dell'esposizione ai campi elettromagnetici (EMF)
https://www.tomshw.it/altro/6g-a-1-tbps-la-university-of-oulu-finlandia-pubblica-il-primo-libro-bianco/
https://www.tomshw.it/smartphone/6g-caratteristiche-italia/
https://www.wired.it/internet/tlc/2020/02/03/6g-5g/?refresh_ce=
https://www.key4biz.it/la-cina-guarda-gia-oltre-il-5g-va-verso-il-6g-e-gia-si-parla-del-7g/239331/
https://www.repubblica.it/economia/rapporti/mondo5g/trend-e-stili-di-vita/2019/11/11/news/ecco_come_sara_il_6g_la_rete_capace_di_fondersi_con_la_realta_parola_di_uno_che_guarda_lontano-240597286/
https://www.hdblog.it/mobile/articoli/n515644/6g-giappone-ricerca-velocita-2030/
https://www.myfanwywebb.com/5g-6g-risks-to-human-health-high-frequency-radio-waves/
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martedì 12 marzo 2013
Credere, non credere: il dilemma degli opposti
La metà degli anni Novanta si distinse, nell’ambito della divulgazione di argomenti dedicati al Mistero, per una notevole presenza in edicola di varie riviste dedicate a questi argomenti. Molte erano vere e proprie vetrine del sensazionalismo, altre tentavano di percorrere una via di mezzo, nonostante la spietata legge dell’editoria che richiede, sempre e comunque, risultati di vendita più che apprezzabili.
Tra i numerosi titoli in vetrina si distingueva una produzione delle edizione Cioè (Roma), dal titolo molto generalista ma di certo accattivante, I Misteri; tale distinzione era dovuta ad una linea editoriale che tendeva ad un confronto tra la scienza ufficiale, gli scettici e i vari divulgatori.
Al suo interno figurava una rubrica dal titolo “Il dito nell’occhio”, immagine di certo esplicativa rispetto al taglio giornalistico, soprattutto quando si incontrava il sottotitolo: “la voce di chi non ci crede”.
Il numero relativo ai mesi di novembre/dicembre 1996, ospitava proprio all’interno di questa rubrica l’intervento di Marco Cagnotti, una analisi dell’ingenuità con la quale molte persone si approcciano alle tematiche misteriose, della disponibilità con la quale sono pronti ad abbracciare qualsiasi narrazione fantastica, del bisogno di credere a tutti i costi, anche di fronte all’evidenza della frode, ma in questo caso anche lo spunto per una, sia pur tardiva, risposta.
L’affermazione finale era “….credere a oltranza è più importante che prendere ogni affermazione con spirito critico per capire come stiano davvero le cose.”.
Si tratta ovviamente di una esternazione più che plausibile, soprattutto quando ci si accorge che descrive pienamente quell’aspetto fin troppo incline al facile entusiasmo che non è certo un mistero; volendo però approfondire l’intero scenario non si può non tenere conto del classico “rovescio della medaglia”.
Se credere a oltranza rappresenta un estremo per certi versi deleterio alla ricerca stessa, negare a oltranza non è certo un’attitudine che porta ad un sereno e proficuo confronto.
La trappola si colloca proprio nel dilemma degli opposti…credere a oltranza crea nel tempo un atteggiamento chiuso e scontroso, lo stesso atteggiamento che caratterizza chi nega a oltranza; allo stesso modo il bisogno quasi incontrollabile di dover necessariamente smentire crea assuefazione tanto quanto il voler credere a tutti i costi.
Vittima dello scontro tra gli opposti è proprio lo spirito critico, quello che dovrebbe fungere da linea di confine, che dovrebbe avere la capacità e l’autorevolezza per smentire e rifiutare le affermazioni fantastiche, ma anche il coraggio di fare un passo indietro in presenza di oggettive difficoltà nell’affermare la propria negazione.
Non sapremo mai come stanno veramente le cose, forse è proprio questo il problema; si dovrebbe riuscire a star fuori dall’insana idea di aver scoperto tutto, dall’egoistico pensiero che non esistano più misteri per la scienza ortodossa, così come si dovrebbe avere la buona volontà di pensare che non tutto deve necessariamente appartenere all’inspiegabile.
Logica, coraggio, autorevolezza; basterebbero questi tre principi per ricacciare nell’oblio falsi maghi, sedicenti santoni, improponibili messaggeri delle stelle, a patto che si lasci sempre uno spiraglio aperto, una possibilità da vagliare, quel sereno modo di giudicare che si muove in maniera raziocinante tra scienza e fantastico, pronto a testimoniare la realtà dei fatti ma altrettanto pronto al confronto quando tale realtà sfugge ad ogni legge conosciuta.
mercoledì 7 marzo 2012
433 Eros - THE HIDDEN TRUTH
English/Italian version...The incredible revelation...the hidden truth of 433 Eros. Quale mistero nasconde l'asteroide 433 Eros? Perchè da dodici anni si cerca in tutti i modi di cancellare ogni traccia di alcune delle foto inviate dalla sonda americana NEAR? Per la prima volta un esclusivo dossier su quella che sembra configurarsi come la prima prova accertata di una presenza aliena nel nostro sistema solare. Base aliena o esperimento umano? A questa domanda, ma anche a numerosi altri quesiti, si cercherà di rispondere attraverso una ricerca ampiamente documentata. The Hidden Truth...what hides 433 Eros? The incredible truth in a fascinating book.
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sabato 24 settembre 2011
Superata la teoria di Einstein. I neutrini riscriveranno la fisica?
Era il 1979 quando veniva dato alle stampe il libro “Extraterrestrial Civilizations”; il suo autore era uno scienziato, insegnante di biochimica alla Boston University School of Medicine, si chiamava Isaac Asimov.
Molti di certo lo ricorderanno per le sue frequenti incursioni nel mondo della fantascienza, altri approfitteranno di questa sua passione per sminuirne i commenti, ma quello che più ci interessa in questa sede è il fatto che già negli anni ’70 qualcuno si interessava ai neutrini, e non soltanto Asimov, ma anche fisici quali O.M.P. Bilaniuk, V.K. Deshpande e E.C.G. Sudershan.
Sono proprio i neutrini, infatti, l’argomento principale di questo breve articolo e della recente notizia che sembra destinata a far riscrivere i manuali di fisica.
Pur trincerandosi dietro il classico, e in questo caso dovuto, invito alla cautela, gli scienziati e i fisici non possono ignorare quanto accaduto pochi giorni fa durante l’esperimento internazionale Opera 1.
I neutrini hanno superato la velocità della luce, dando una sonora spallata al sistema sul quale si basano le teorie della fisica moderna, a partire da quella della relatività elaborata da Albert Einstein per finire alla costante di Planck; in pratica viene nuovamente messo in discussione il modello standard e la costante della velocità della luce nel vuoto.
Lo studio, pubblicato dal Cern e dal CNRS francese, sintetizza il lavoro di tre anni passati ad osservare oltre 15mila neutrini che sono riusciti a percorrere i 730 chilometri che separano i laboratori del Cern a Ginevra dal laboratorio sotterraneo del Gran Sasso in Abruzzo (dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), a una velocità di 300.006 chilometri al secondo, ovvero sei chilometri al secondo più della velocità della luce.
Si tratta di ben 20 metri di anticipo che non sono certo trascurabili, soprattutto quando si sono passati mesi e mesi a rifare sempre gli stessi esperimenti ottenendo sempre i medesimi risultati.
La conferma, arrivata proprio nella mattinata di oggi, 24 settembre 2011, non lascia spazio ad altri commenti: i neutrini viaggiano più veloci di quanto dovrebbero secondo Einstein, sfidando in tal modo la teoria della relatività.
Quali sono le prime ipotesi e spiegazioni in ambito scientifico?
Si è iniziato quasi subito a parlare di una ipotetica “scorciatoia” che i neutrini avrebbero trovato in un’altra dimensione, annuendo al fatto che le dimensioni stesse potrebbero non essere soltanto quattro; si parla anche del fatto che la velocità della luce non sarebbe l’ultimo limite, oppure che la teoria di Einstein potrebbe essere valida in certi campi ma che ne esisterebbe una ancora più generale. In ogni caso rimane il fatto che il modello standard sembra avviarsi verso una profonda crisi e, cosa ancora più rilevante, che il dubbio potrebbe estendersi anche ad altre teorie e affermazioni ritenute finora alla stessa stregua del dogma religioso.
Einstein parlava dell’esistenza nell’universo di una velocità limite impossibile da superare; man mano che un corpo si avvicina a questa velocità il suo tempo relativo tende a rallentare, le dimensioni del corpo si accorciano, la massa del corpo aumenta. Raggiunta ipoteticamente la velocità limite il corpo avrebbe volume zero e massa infinita, mentre il suo tempo sarebbe fermo. Proprio per questi motivi, almeno da un punto di vista teorico, la velocità limite è per definizione irraggiungibile, almeno secondo la teoria di Einstein e fino ad oggi.
L'esperimento condotto dagli scienziati del Cern e dei laboratori dell'Infn sembra infatti contraddire proprio quest'ultimo punto, e i neutrini ne sarebbero la prova evidente.
Non sappiamo ancora quale sarà l’evoluzione, si attendono i risultati di conferma dai laboratori americani e cinesi, ma nell’ambiente tali risultati sembrano ormai da considerarsi scontati; forse dovremmo iniziare a riconsiderare la nostra intera percezione dell’universo, iniziando a guardarci indietro e pensando che molti dei dubbi finora espressi su altrettante verità ufficiali dovrebbero essere riconsiderati con maggior curiosità e rinnovato interesse.
Fonte: Tmnews.it
Credit foto: planetsave.com
domenica 27 marzo 2011
SIAMO TUTTI MARZIANI?
Ancora una volta il Pianeta Rosso infiamma i dibattiti tra scienziati e ricercatori, e lo scontro diventa più stimolante quando la fonte della contesa è addirittura il famoso Massachusetts Institute of Technology.
Secondo le nuove teorie di alcuni scienziati del MIT, è possibile che tutta la vita sulla Terra sia discesa da organismi che ebbero origine proprio su Marte e che, a loro volta, arrivarono sul nostro pianeta trasportati da inconsapevoli meteoriti. Se tutto questo è veramente accaduto, uno strumento sviluppato dai ricercatori del MIT, in collaborazione con l’Università di Harvard, potrebbe fornirci ala prova definitiva.
Al fine di individuare i segni di una passata, o ancora oggi presente, vita su Marte, si sta infatti potenziando una specifica ricerca per particolari sequenze di molecole che sono quasi universali in tutte le forme di vita terrestre. Questa nuova strategia è il cuore di una nuova ricerca condotta Christopher Carr (scienziato presso il MIT), in collaborazione con Maria Zuber, capo del Dipartimento del MIT per quel che riguarda gli studi atmosferici terrestri e le Scienze Planetarie (EAPS), e Gary Ruvkun, un biologo molecolare del Massachusetts General Hospital.
Il nuovo strumento, ribattezzato Search for Extra-Terrestrial genoma (SETG), è stato presentato alla conferenza IEEE Aerospace, a Big Sky, Montana, proprio nel mese di Marzo 2011.
L'idea si basa su diversi fatti e osservazioni definite nel corso del tempo; in particolare dal presupposto che circa un miliardo di tonnellate di roccia si sarebbero nel tempo staccate dal suolo marziano per raggiungere in seguito la Terra, proprio su tali rocce sarebbero sopravvissuti i microbi marziani, superando lo shock iniziale dell’impatto con il nostro pianeta.
Non si tratta certo di una novità; molto spesso si è discusso e ipotizzato, pur senza prove, quanto tentano di stabilire gli scienziati del MIT; nonostante ciò questa notizia risulta particolarmente interessante per chi tenta di leggere oltre le righe.
In primo luogo la presentazione ufficiale di un progetto del MIT che intende studiare campioni di rocce marziane, prelevando microbi e tentando di stabilire come e quando arrivarono sulla Terra, conferma indirettamente che forme di vita sono realmente esistite sul Pianeta Rosso.
Non parliamo certo di civiltà più o meno evolute, parliamo di forme di vita e non si tratta certo di una notizia da poco.
In secondo luogo, forse non a caso una notizia del genere arriva subito dopo la pubblicazione del futuro progetto di colonizzazione del suolo marziano.
Anche se i ricercatori stimano che occorrono almeno altri due anni per avere un prototipo efficiente del dispositivo SETG, le sue implicazioni andrebbero ben oltre la sola ricerca di forme di vita.
Christopher McKay, un astrobiologo della NASA-Ames Research Center in California, proprio riferendosi al SETG, ha affermato: “…si tratta di un lavoro molto interessante e importante…anche se non risulta plausibile che la vita su Marte sia collegata alla vita sulla Terra, ovvero che esista una genetica comune, questa ipotesi rimane comunque tutta da verificare. Esiste comunque un altro motivo per il quale questa ricerca diventa fondamentale, quello delle informazioni e della prevenzione in merito alla salute di un futuro astronauta; se esistono organismi marziani strettamente correlati a noi, potrebbero con molte probabilità essere causa di infezioni, mettendo a rischio la sicurezza di una futura missione sul Pianeta Rosso
…”.
In poche parole si ammette, sia pur diplomaticamente, l’esistenza di forme di vita fuori dal nostro pianeta, e di certo è un passo avanti non indifferente.
Non dimentichiamo infine che uno strumento quale il SETG, non soltanto sarà in grado di rilevare “contaminazioni” marziane sul nostro pianeta, ma potrà benissimo fare l’esatto contrario, ovvero appurare su una qualsiasi forma di contaminazione biologica è stata portata, o lo sarà in futuro, dalla Terra al Pianeta Rosso.
Questa seconda possibilità potrebbe forse definire finalmente l’annosa questione dei rilevamenti falsati e aprire nuovi fronti di ricerca.
Rimane da dire che il SETG non è stato ancora formalmente approvato, speriamo ciò accada presto, e che ancora una volta non ci si ritrovi di fronte all’ennesima occasione, volutamente o meno, sprecata.
Fonte:
http://web.mit.edu/newsoffice/
MIT: Massachusetts Institute of Technology
Credit foto: Christine Daniloff
Secondo le nuove teorie di alcuni scienziati del MIT, è possibile che tutta la vita sulla Terra sia discesa da organismi che ebbero origine proprio su Marte e che, a loro volta, arrivarono sul nostro pianeta trasportati da inconsapevoli meteoriti. Se tutto questo è veramente accaduto, uno strumento sviluppato dai ricercatori del MIT, in collaborazione con l’Università di Harvard, potrebbe fornirci ala prova definitiva.
Al fine di individuare i segni di una passata, o ancora oggi presente, vita su Marte, si sta infatti potenziando una specifica ricerca per particolari sequenze di molecole che sono quasi universali in tutte le forme di vita terrestre. Questa nuova strategia è il cuore di una nuova ricerca condotta Christopher Carr (scienziato presso il MIT), in collaborazione con Maria Zuber, capo del Dipartimento del MIT per quel che riguarda gli studi atmosferici terrestri e le Scienze Planetarie (EAPS), e Gary Ruvkun, un biologo molecolare del Massachusetts General Hospital.
Il nuovo strumento, ribattezzato Search for Extra-Terrestrial genoma (SETG), è stato presentato alla conferenza IEEE Aerospace, a Big Sky, Montana, proprio nel mese di Marzo 2011.
L'idea si basa su diversi fatti e osservazioni definite nel corso del tempo; in particolare dal presupposto che circa un miliardo di tonnellate di roccia si sarebbero nel tempo staccate dal suolo marziano per raggiungere in seguito la Terra, proprio su tali rocce sarebbero sopravvissuti i microbi marziani, superando lo shock iniziale dell’impatto con il nostro pianeta.
Non si tratta certo di una novità; molto spesso si è discusso e ipotizzato, pur senza prove, quanto tentano di stabilire gli scienziati del MIT; nonostante ciò questa notizia risulta particolarmente interessante per chi tenta di leggere oltre le righe.
In primo luogo la presentazione ufficiale di un progetto del MIT che intende studiare campioni di rocce marziane, prelevando microbi e tentando di stabilire come e quando arrivarono sulla Terra, conferma indirettamente che forme di vita sono realmente esistite sul Pianeta Rosso.
Non parliamo certo di civiltà più o meno evolute, parliamo di forme di vita e non si tratta certo di una notizia da poco.
In secondo luogo, forse non a caso una notizia del genere arriva subito dopo la pubblicazione del futuro progetto di colonizzazione del suolo marziano.
Anche se i ricercatori stimano che occorrono almeno altri due anni per avere un prototipo efficiente del dispositivo SETG, le sue implicazioni andrebbero ben oltre la sola ricerca di forme di vita.
Christopher McKay, un astrobiologo della NASA-Ames Research Center in California, proprio riferendosi al SETG, ha affermato: “…si tratta di un lavoro molto interessante e importante…anche se non risulta plausibile che la vita su Marte sia collegata alla vita sulla Terra, ovvero che esista una genetica comune, questa ipotesi rimane comunque tutta da verificare. Esiste comunque un altro motivo per il quale questa ricerca diventa fondamentale, quello delle informazioni e della prevenzione in merito alla salute di un futuro astronauta; se esistono organismi marziani strettamente correlati a noi, potrebbero con molte probabilità essere causa di infezioni, mettendo a rischio la sicurezza di una futura missione sul Pianeta Rosso
…”.
In poche parole si ammette, sia pur diplomaticamente, l’esistenza di forme di vita fuori dal nostro pianeta, e di certo è un passo avanti non indifferente.
Non dimentichiamo infine che uno strumento quale il SETG, non soltanto sarà in grado di rilevare “contaminazioni” marziane sul nostro pianeta, ma potrà benissimo fare l’esatto contrario, ovvero appurare su una qualsiasi forma di contaminazione biologica è stata portata, o lo sarà in futuro, dalla Terra al Pianeta Rosso.
Questa seconda possibilità potrebbe forse definire finalmente l’annosa questione dei rilevamenti falsati e aprire nuovi fronti di ricerca.
Rimane da dire che il SETG non è stato ancora formalmente approvato, speriamo ciò accada presto, e che ancora una volta non ci si ritrovi di fronte all’ennesima occasione, volutamente o meno, sprecata.
Fonte:
http://web.mit.edu/newsoffice/
MIT: Massachusetts Institute of Technology
Credit foto: Christine Daniloff
lunedì 28 febbraio 2011
Due pianeti, una sola orbita.

Quasi sepolta nell’enorme flusso di dati provenienti dal telescopio Keplero, una informazione di particolare importanza, non soltanto scientifica, rischiava quasi di rimanere per sempre nell’oblio.
Per fortuna ciò non è accaduto e ci viene oggi confermata la presenza di un sistema planetario diverso da tutti quelli fino ad oggi conosciuti; si tratta di due pianeti che, apparentemente, condividono la stessa orbita intorno alla loro stella.
Se la scoperta verrà confermata, e i risultati degli ulteriori accertamenti avvalorano sempre più questa ipotesi, sarebbe la conferma alla teoria, più volte portata avanti anche negli ambienti Ufologici, che un tempo il nostro pianeta condivideva la propria orbita con un corpo dalle dimensioni simili a quelle di Marte, che in seguito si schiantò causando la formazione della Luna.
I due pianeti fanno parte di un sistema a quattro chiamato KOI-730, girano intorno alla loro stella madre ogni 9,8, mantenendo sempre la stessa distanza orbitale, e registrando una permanenza di circa 60 gradi.
Ci troveremmo quindi di fronte alla prova di quanto molto spesso ipotizzato, oltre che ad osservare un sistema non comune, l'unico che abbiamo mai visto.
Come molti sapranno, una delle teorie sulla nascita della nostra Luna suggerisce che questa si sia formata circa 50 milioni di anni dopo la nascita del sistema solare, dalle macerie di una collisione tra un corpo delle dimensioni di Marte e la Terra. Le varie simulazioni effettuate suggeriscono, inoltre, che tale scontro sia avvenuto a bassa velocità; sarebbe certo interessante poter assistere al rinnovarsi di un tale avvenimento proprio osservando il sistema KOI-730, ma le simulazioni effettuate dal professor Bob Vanderbei a Princeton suggeriscono che i due pianeti continueranno ad orbitare l’uno in sincronia con l'altro per almeno i prossimi 2.220 mila anni.
Fonti:
Newscientist.com
Credit foto:
NASA
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lunedì 7 febbraio 2011
La particella di Dio

La particella di Dio?...non esiste!
Questa l’affermazione del fisico italiano Massimo Corbucci che da giorni sta creando notevole confusione negli ambienti scientifici, una teoria illustrata e scientificamente provata sulle pagine della nuova rivista Area & Scienza di Confine edita dalla Acacia Edizioni.
Il Bosone di Higgs, la “Particella di Dio”, uno dei più grandi misteri della Fisica, sulle cui tracce si muove da tempo il CERN di Ginevra…non esiste!
Questa la conclusione alla quale è giunto il fisico italiano, autore tra l’altro di numerosi libri e studi sull’argomento; sulle pagine del mensile Area & Scienza di Confine Corbucci espone la sua teoria. Proponendo allo stesso tempo un’ipotesi alternativa già sperimentata, quella del Vuoto Quantomeccanico.
Inutile dire che gli articoli pubblicati, nei quali si preannuncia una sconcertante rivelazione entro marzo 2011, hanno destato non poca curiosità negli ambienti scientifici, curiosità seguita da alcune polemiche che però non sembrano spaventare lo studioso che si dichiara disponibile a fornire qualsiasi prova in merito alle proprie teorie.
Grande attesa anche per un articolo del noto semiologo Patsy Nicholas di Falco, inerente la “Critica al modello scientifico” sull’ipotetica oggettività della Scienza.
Dal 10 febbraio Area & Scienza di Confine sarà disponibile in edicola insieme alle rivelazioni promesse, non ci resta che attendere e seguire dal vivo questa vicenda che si preannuncia di certo estremamente interessante.
giovedì 13 gennaio 2011
Cacciatori di pianeti...

Il programma di ricerca astronomica Kepler, sviluppato dalla NASA, ha dato proprio in questi giorni l’annuncio, tramite Natalie Batalha, vice leader del team scientifico, di aver scoperto il suo primo pianeta roccioso, subito ribattezzato Kepler-10b.
La missione è costituita da un satellite artificiale (Kepler), costituito a sua volta da un fotometro; Kepler sarà il primo strumento in grado di trovare pianeti simili alla Terra, e anche più piccoli, al di fuori del nostro sistema solare.
In realtà l’esopianeta era già stato avvistato nel mese di luglio del 2009, poiché passando davanti al suo sole ne aveva oscurato la luce.
Il sole di Kepler-10b è la stella Kepler-10, posizionata nella costellazione del Cigno, a una distanza di circa 560 anni luce dalla Terra.
La variazione di luminosità dovuta a questo passaggio venne in seguito registrata dal satellite Kepler e, quindi, dall’osservatorio di Keck (Isole Hawaii).
Dallo studio delle variazioni di luminosità e delle influenze gravitazionali tra Kepler-10 e Kepler-10b si è giunti alla scoperta annunciata da Natalie Batalha.
Il corpo celeste appena scoperto misura 1,4 volte le dimensioni della Terra, ruota intorno al proprio sole ogni 0,84 giorni ed è 20 volte più vicino ad esso che Mercurio al nostro; si tratta del più piccolo pianeta mai scoperto fuori dal nostro sistema solare.
Nonostante molti abbiano subito esultato di gioia, Kepler-10b si trova in realtà in una zona considerata non abitabile, ovvero in una regione del sistema planetario in cui non è possibile trovare acqua allo stato liquido.
In ogni caso la scoperta del nuovo corpo celeste rappresenta una significativa pietra miliare nella ricerca di pianeti simili alla nostra Terra; si tratta certamente di una ulteriore motivazione ad allargare le ricerche e incrementare le risorse destinate a questo tipo di attività.
sabato 24 aprile 2010
Minacce dal Sole?

Anelli di fuoco e gas ionizzato eruttano dal sole; questo è quanto è possibile osservare in un video rilasciato dal NASA Solar Dynamics Observatory; il satellite potrebbe inoltre contribuire a svelare molti dei misteri ancora insoluti legati relativi al campo magnetico, oltre che migliorare le previsioni relative alle tempeste solari.
Lanciato l’11 febbraio, il Solar Dynamics Observatory è in grado di riprendere immagini ad altissima risoluzione, ma anche di “osservare” piccole porzioni della superficie solare; questi risultati sono stati resi possibili grazie anche ad uno degli strumenti integrati, l’AIA (Atmospheric Imaging Assembly).
Questa delicatissima apparecchiatura utilizza quattro potenti telescopi per studiare la superficie del sole , ed è proprio da queste osservazioni che sono state rilevate delle misteriose protuberanze nei campi magnetici.
Si tratta di eventi molto particolari, le tanto temute espulsioni di massa coronale, capaci di mandare in tilt i satelliti e distruggere le reti elettriche.
La massa espulsa fino ad oggi è paragonabile all’intero contenuto del fiume Mississippi, con una velocità di circa un milione di miglia l’ora; questi i dati diffusi da uno dei ricercatori presso l’osservatorio astrofisica di Palo Alto, in California.
La strumentazione AIA ha permesso di osservare in che modo questa massa di energia (le temperature variano da 80.000 a 10.000 di gradi), viene rilasciata nell’atmosfera, consentendo una più esatta analisi di cosa potrebbe accadere nell’eventualità di un impatto con la Terra.
Lo scenario appena descritto ricorda molto da vicino le sinistre previsioni relative al 2012, e il dubbio che qualcosa di minaccioso si stia addensando sul nostro pianeta torna ancora una volta a sfiorarci.
Fonte: New Scientist
Credit foto: NASA
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