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lunedì 16 aprile 2012
Bolidi, Ufo e mimetizzazione
Dal 16 al 26 aprile, durante la notte, alcuni fortunati (in condizioni di tempo ottimali), riusciranno a osservare le Liridi, uno sciame meteorico conosciuto fin dall’antichità e menzionato per la prima volta in alcuni resoconti cinesi datati 687 a.C.
Lo sciame in questione è stato originato dalla cometa Thatcher attraverso la quale il nostro pianeta passa ogni anno proprio in questo periodo; la maggiore vicinanza alla Terra si è registrata nel 1861, mentre per essere nuovamente visibile dovranno trascorrere 415 anni.
Si tratta di uno sciame particolarmente imprevedibile, o cui valori si aggirano intorno alle 15/20 meteore l’ora; si tratta di dati comunque approssimativi visto che le registrazioni storiche parlano anche di 700 meteore l’ora negli USA (1803) e più di 2.000 in Ucraina (1922).
Un maggior numero di meteore potrebbe portare ad osservare o cosiddetti bolidi, spesso oggetto di falsi avvistamenti Ufo, ovvero grossi corpi luccicanti che si lasciano dietro una scia luminosa incandescente; spesso, in base alla grandezza, sono visibili anche di giorno.
Molto probabilmente, proprio in questo periodo, si moltiplicheranno le segnalazioni di avvistamenti Ufo, teniamo quindi in buon conto questa notizia.
Rimane da sottolineare in questo contesto, l’ipotesi portata avanti da alcuni ufologi, ovvero quella che vede situazioni del genere come possibilità per gli alieni di avvicinarsi al pianeta usando questi particolari tipi di eventi come “copertura mimetica”.
Si tratta di un dibattito ancora aperto che, molto probabilmente, potrebbe riprendere piede proprio in occasione dello sciame meteorico già in atto.
Fonti: http://italian.ruvr.ru/2012_04_16/71843919/
Segnalazione ANSU Daniele Dellerba
Credit foto: www.astrofilicentesi.it
mercoledì 22 febbraio 2012
GJ 1214b: il pianeta "d'acqua"
Un pianeta acquoso e con una spessa atmosfera di vapore ha lasciato stupiti gli astronomi; il corpo celeste è stato ribattezzato GJ1214b, ed è 2,7 volte più grande della Terra, ma pesa quasi sette volte tanto.
GJ1214b orbita attorno a una stella nana rossa, a una distanza di due milioni di chilometri, suggerendo delle temperature che possono raggiungere anche i 200C.
Gli astronomi ritengono che il pianeta sia da inserire in una classificazione del tutto nuova rispetto agli altri corpi celesti conosciuti; la miscela di acqua e le alte temperature aprono ampi scenari a studi molto più approfonditi. La nuova Super Terra ritorna quindi alla ribalta; la prima notizia della sua scoperta risale infatti al 2009, quando era stata localizzata nella costellazione dell’Oficuo, una scoperta non ulteriormente approfondita in quanto su pensò che fosse avvolta da una nube densa formata da idrogeno ed elio.
La più recente osservazione, condotta attraverso il telescopio spaziale Hubble, ha invece fugato ogni dubbio e GJ 1214b è risultato essere diverso da tutti gli altri pianeti conosciuti;
La sua densità è di appena 2 grammi per centimetro cubo e poiché l'acqua ha una densità di un grammo per centimetro cubo e la densità media della terra è di 5,5 grammi per centimetro cubo, GJ 1214b possiede molta più acqua di quanta ce ne sia sul nostro pianeta e molta meno roccia. Questa però non è la sola notizia interessante; le alte temperature e le pressioni elevate, infatti, potrebbero dare origine a materiali esotici.
In questo caso si avrebbero formazioni quali il ghiaccio bollente e l’acqua superfluida, scenari del tutto nuovi alla nostra esperienza scientifica e possibili spie di scenari ancora sconosciuti alle nostre osservazioni.
Sulla scorta delle prime osservazioni si pensa che GJ1214b potrebbe essersi formato lontano dalla sua stella, in una zona dove il ghiaccio era abbondante, per poi migrare verso l'interno, attraversando l'area “abitabile” della stella, dove le temperature di superficie sarebbero simili a quelle della Terra. L’intera ricerca è stata pubblicata sul sito dell’Astrophysical Journal.
Fonte e credit immagine: http://www.telegraph.co.uk/science/space/
lunedì 28 febbraio 2011
Due pianeti, una sola orbita.

Quasi sepolta nell’enorme flusso di dati provenienti dal telescopio Keplero, una informazione di particolare importanza, non soltanto scientifica, rischiava quasi di rimanere per sempre nell’oblio.
Per fortuna ciò non è accaduto e ci viene oggi confermata la presenza di un sistema planetario diverso da tutti quelli fino ad oggi conosciuti; si tratta di due pianeti che, apparentemente, condividono la stessa orbita intorno alla loro stella.
Se la scoperta verrà confermata, e i risultati degli ulteriori accertamenti avvalorano sempre più questa ipotesi, sarebbe la conferma alla teoria, più volte portata avanti anche negli ambienti Ufologici, che un tempo il nostro pianeta condivideva la propria orbita con un corpo dalle dimensioni simili a quelle di Marte, che in seguito si schiantò causando la formazione della Luna.
I due pianeti fanno parte di un sistema a quattro chiamato KOI-730, girano intorno alla loro stella madre ogni 9,8, mantenendo sempre la stessa distanza orbitale, e registrando una permanenza di circa 60 gradi.
Ci troveremmo quindi di fronte alla prova di quanto molto spesso ipotizzato, oltre che ad osservare un sistema non comune, l'unico che abbiamo mai visto.
Come molti sapranno, una delle teorie sulla nascita della nostra Luna suggerisce che questa si sia formata circa 50 milioni di anni dopo la nascita del sistema solare, dalle macerie di una collisione tra un corpo delle dimensioni di Marte e la Terra. Le varie simulazioni effettuate suggeriscono, inoltre, che tale scontro sia avvenuto a bassa velocità; sarebbe certo interessante poter assistere al rinnovarsi di un tale avvenimento proprio osservando il sistema KOI-730, ma le simulazioni effettuate dal professor Bob Vanderbei a Princeton suggeriscono che i due pianeti continueranno ad orbitare l’uno in sincronia con l'altro per almeno i prossimi 2.220 mila anni.
Fonti:
Newscientist.com
Credit foto:
NASA
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giovedì 13 gennaio 2011
Cacciatori di pianeti...

Il programma di ricerca astronomica Kepler, sviluppato dalla NASA, ha dato proprio in questi giorni l’annuncio, tramite Natalie Batalha, vice leader del team scientifico, di aver scoperto il suo primo pianeta roccioso, subito ribattezzato Kepler-10b.
La missione è costituita da un satellite artificiale (Kepler), costituito a sua volta da un fotometro; Kepler sarà il primo strumento in grado di trovare pianeti simili alla Terra, e anche più piccoli, al di fuori del nostro sistema solare.
In realtà l’esopianeta era già stato avvistato nel mese di luglio del 2009, poiché passando davanti al suo sole ne aveva oscurato la luce.
Il sole di Kepler-10b è la stella Kepler-10, posizionata nella costellazione del Cigno, a una distanza di circa 560 anni luce dalla Terra.
La variazione di luminosità dovuta a questo passaggio venne in seguito registrata dal satellite Kepler e, quindi, dall’osservatorio di Keck (Isole Hawaii).
Dallo studio delle variazioni di luminosità e delle influenze gravitazionali tra Kepler-10 e Kepler-10b si è giunti alla scoperta annunciata da Natalie Batalha.
Il corpo celeste appena scoperto misura 1,4 volte le dimensioni della Terra, ruota intorno al proprio sole ogni 0,84 giorni ed è 20 volte più vicino ad esso che Mercurio al nostro; si tratta del più piccolo pianeta mai scoperto fuori dal nostro sistema solare.
Nonostante molti abbiano subito esultato di gioia, Kepler-10b si trova in realtà in una zona considerata non abitabile, ovvero in una regione del sistema planetario in cui non è possibile trovare acqua allo stato liquido.
In ogni caso la scoperta del nuovo corpo celeste rappresenta una significativa pietra miliare nella ricerca di pianeti simili alla nostra Terra; si tratta certamente di una ulteriore motivazione ad allargare le ricerche e incrementare le risorse destinate a questo tipo di attività.
martedì 4 maggio 2010
Le stagioni di Tritone

Nettuno, uno dei corpi celesti più esterni del sistema solare, con una massa diciassette volte superiore a quella della terra, sembra condividere con il nostro pianeta più di quanto sembri.
Intorno a lui orbitano ben tredici satelliti naturali, il più conosciuto dei quali è stato denominato Tritone. Nonostante la sua enorme distanza dal Sole, gli scienziati dell’European Southern Observatory, hanno trovato il modo di dimostrare come il calore dei raggi emanati da quest’ultimo sia in grado di mutare la temperatura sul satellite, provocando una variazione simile a quella che interessa il nostro pianeta con il fenomeno dell’alternanza delle stagioni. Queste, su Tritone, cambierebbero molto più lentamente rispetto alle nostre: una stagione sul satellite durerebbe, infatti, circa quarant’anni; attualmente è estate nell’emisfero sud ed inverno nell’emisfero nord.
La temperatura, mediamente si aggira intorno ai -235 gradi sul pianeta e sulla base di misurazioni di un sottile strato di nitrogeno ghiacciato, metano e monossido di carbonio nell’atmosfera e della variazione di questa rilevazione rispetto al 1989, gli studiosi sono stati portati a pensare che all’epoca ci si trovasse in primavera mentre ora una variazione di pressione indicherebbe un estate piena.
Lo studio è stato coordinato da Emmanuel Lellouch dell’Osservatorio di Parigi che ha dichiarato: “Abbiamo scoperto evidenze che il Sole seppur così lontano fa sentire la sua presenza su Tritone”.
Le osservazioni sono state ottenute grazie allo sviluppo del Cryogenic High-Resolution Infrared Echelle Spectrograph (Crires) presso il Very Large Telescope (Vlt) dell’Eso. La ricerca è stata presentata sulla rivista Astronomy & Astrophysics.
Misurare la temperatura di Tritone come in generale condurre studi su questo satellite che da sempre ha affascinato per la sua particolare attività geologica e per il fatto di essere l’unico caratterizzato da un’orbita molto inclinata e retrograda, è sempre risultato difficile, situandosi il corpo celeste ad una distanza trenta volte superiore rispetto a quella tra Sole e Terra.
Grazie all’uso di Crires continua Lellouch “Ora possiamo iniziare a monitorare l’atmosfera e imparare molto riguardo l’evoluzione stagionale di Tritone nei decenni” oltre che sperare un domani di fare chiarezza sui misteri che avvolgono la periferia del sistema solare.
Fonte: Anna Paola Tortora www.periodicoitaliano.info
Credit foto: Voyager 2 nasa
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